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Mi distinguono da Gianni Bugno un anno di età e imparagonabili trascorsi ciclistici. I miei svaniti negli juniores, i suoi stratosferici. Il suo palmarès, unanimemente giudicato inferiore alle potenzialità, è impreziosito da due Campionati del Mondo consecutivi, un Giro d’Italia, due podi al Tour de France e le cosiddette Classiche Monumento. Campione di livello indiscutibile, classe cristallina, il più talentuoso di sempre. Argomenti sufficienti per mitizzarlo, rischio debellato dal personaggio stesso antidivo per antonomasia che insegna a filtrare tutto con un’ottica distaccata, non integralista, valorizzando risvolti meno appariscenti ma più sostanziali. Questo sì mi accomuna. La sua storia consentirebbe di analizzarlo da più punti di vista. Finito di scrivere questo articolo mi sono persino domandato in quale rubrica collocarlo. È olistico, anche questo mi accomuna.

Partiamo dal pedale. A Inzago lo scorso 7 novembre Marco Pastonesi, firma storica della Gazzetta dello Sport, ha arguito spunti salienti – scintilla di innesco per questo articolo – da una serata con Gianni Bugno ospite di prestigio. Chi meglio di lui conosce una corsa ciclistica? Lo scopo di una gara è quasi banale: “tagliare” per primi la riga del traguardo. Gianni Bugno di quelle righe ne ha tagliate tante. “E superate quelle righe – spiega Bugno – a volte si diventava, ma più spesso si rimaneva, quello che si era. Uomini, uomini e corridori, con tutte le proprie debolezze e fragilità, con tutti i propri sogni e voglie, con tutti i propri dubbi e certezze”. Con una visione disincantata “Ci ricorda sempre quanto sia più che sottile, effimera, inconsistente, ininfluente la differenza fra il primo, il leader, il vincitore, e gli altri, non sconfitti né perdenti, soltanto dietro rispetto alla riga bianca. La vera classifica – sostiene Bugno – è quella della vita. E siccome la bici è un po’ come la vita, e la vita è un po’ come la bici, l’importante è fare le cose bene”. Alla fine dell’incontro quasi scusandosi avendo lesinato l’agognata esaltazione epica del ciclismo.

Ancora al vertice della carriera Gianni Bugno aveva già deciso cosa fare da grande: pilotare elicotteri. Elisoccorso ma anche riprese televisive al Giro d’Italia. Un bel cambiamento di paradigma, dimostrazione della grande capacità di lasciare spazio alle cose nuove, di saper cogliere quello che la vita può offrire e in definitiva di saper valorizzare con passione attitudini e talenti, premessa indispensabile per raggiungere elevati livelli di professionalità. Attualmente è Presidente dell’Associazione Corridori Ciclisti Professionisti Italiani. Ormai usa poco la bicicletta da corsa stanco di litigare con automobilisti indisciplinati e maleducati. Durante la trasmissione che RAI Sport gli ha dedicato per il suo cinquantesimo compleanno ha rivelato, nell’incredulità dei giornalisti, direttori sportivi e colleghi presenti, di aver regalato coppe e trofei vinti comprese le maglie di campione del mondo e di non conservare niente del suo passato ciclistico. Suo padre non correva in bicicletta, i suoi figli sono calciatori. Si fece regalare una bici da corsa in terza media, decise lui quando attaccarla al chiodo. Limpidezza consentita solo da una coscienza del sé molto evoluta e autonoma dal commento altrui. Come dice il Tao, per fare spazio alle cose nuove bisogna togliere quelle vecchie. Molti ex-campioni conservano nell’armadio “vestiti” vecchi che non indossano più, sopravvivono a se stessi, o meglio a una parte del proprio io, al loro voluminoso passato che diventa così ingombrante da offuscare il presente.

Il gioco inizia da bambini, ci mantiene bambini (in senso positivo). Talora diventa sport. A volte agonismo. Per pochi eletti persino attività professionistica. Ma ascoltando le parole di Bugno si spalancano altri orizzonti. Ciclisticamente “succhiamo” la sua ruota che ci porta fuori dall’ambito troppo ristretto delle convenzioni e passiamo dalla metafora ciclistica a quella sanitaria e medica. Una manovra di apertura in accordo con la realtà del corpo umano che detesta funzionare come un sistema chiuso in compartimenti stagni di cui la riga è emblema. Ci aiutano le Medicine Non Convenzionali che facilitano un approccio olistico alla malattia e individualizzato per ogni paziente. La riga invece è quintessenza del Divide et impera che fa a pugni non solo fisicamente con le province dell’Impero Romano ma anche con la fisiologia perché ogni distretto corporeo è contemporaneamente attore e spettatore di quello che succede negli altri comparti anche lontani. Come in gara i corridori ciclisti, collegati con gli auricolari al proprio direttore sportivo alla guida dell’ammiraglia, ognuno dei quali fornisce informazioni sulle proprie condizioni e sull’andamento della gara e riceve direttive sul gioco di squadra. La vita inizia con una membrana – la membrana cellulare – che delimita chi sta dentro e chi sta fuori. In Medicina Tradizionale Cinese tale funzione è appannaggio della loggia energetica del metallo. Il metallo taglia. Non a caso è il metallo che elabora il lutto. L’inizio e la fine. Ma la membrana ha anche la capacità di regolare gli scambi e soprattutto la comunicazione tra l’interno e l’esterno della cellula. Una concezione biologica della complessità in contrapposizione alla riga espressione di una concezione riduzionistica del corpo umano e della medicina.

Una divisione manichea non è mai biologia. Quello della riga è un linguaggio cioè una convenzione. A suo modo consente di comunicare. Basta conoscerne i limiti. La riga è geometria pura, aritmetica, matematica, statistica, scienza esatta, tanto di cappello, ma usata spesso come strumento di chiusura. Esistono fenomeni non riducibili a numeri, pochi o tanti che siano. L’intervallo dei valori di un esame ematico, il cosiddetto range, è validato statisticamente, non individualmente, ma ciò è arbitrario. Se un farmaco convenzionale funziona in sette pazienti su dieci siamo statisticamente, scientificamente, eticamente legittimati a prescriverlo anche all’ottavo, nono e decimo paziente della fila ai quali invece fa male. Se usiamo il microscopio possiamo dimostrare tutto e il contrario di tutto. Più ingrandisce maggiore è il rischio di perdersi nel particolare senza cogliere il significato delle cose.

Il corpo umano ha regole diverse da quelle che ci immaginiamo. Merita qualcosa di più individualizzato, di più umano. Una medicina più umana, rispettosa dell’unità mente-corpo, non riducibile a quelle discipline di base elencate sopra nonostante esse siano un importante motore della storia del pensiero e dello sviluppo. Immediato però domandarsi se il progresso corrisponde sempre a evoluzione. Non significa apologia di pressapochismo o di oscurantismo. Tutt’altro. Vogliamo essere scientifici? Citiamola tutta la scienza. Se vogliamo rilanciare ulteriormente la questione a un livello ancora superiore non tralasciamo la fisica quantistica.

Leggiamo in Medicina Epigenetica di Dawson Church che il pioniere della fisica Ernest Rutherford giunse a dichiarare: “Nella scienza esiste solo la fisica: tutto il resto è collezione di francobolli”. Leggiamo anche come, per tutto il secolo successivo, la medicina gli restituì il complimento ignorando le scoperte e le implicazioni terapeutiche della teoria dei quanti. Un’altra dimensione del tempo e dello spazio. La fisica quantistica è olistica. È perciò individualizzata e contemporaneamente collettiva e cosmica riunificando i tre livelli dell’inconscio già conosciuti cinquemila anni fa nella Medicina Indiana, la madre di tutte le medicine. Quella disciplina dialoga con le Medicine Non Convenzionali, soprattutto con diagnosi energetiche, analogiche e farmaci frequenziali. Per questo non piace. È più comodo tirare quattro righe e sentirsi protetti sguazzando al loro interno. “Disegnare” uno studio scientifico significa definire una variabile primaria, dei criteri di inclusione e di esclusione cioè chi sta dentro e chi sta fuori, proprio come imposto dalle transenne all’ultimo chilometro di una gara ciclistica. A quel punto, raccolti i dati numerici, chi ci sa fare con un foglio di calcolo tipo Excel ha in mano la chiave per farli validare come pubblicazione scientifica e quindi come dati ufficiali. Una sorta di foto-finish per stabilire chi ha vinto. Non meno lapidaria l’altra celebre frase di Rutherford: “Se il tuo esperimento necessita della statistica, avresti dovuto fare un esperimento migliore”.

Nel ciclismo le regole sono stabilite dall’Unione Ciclistica Internazionale, soggetto giuridico privatistico. Il campionato del mondo viene definito assoluto ma in realtà ha una sua delimitazione: su strada, su pista, dilettanti, professionisti, ecc. Esistono molti campionati del mondo e il loro numero aumenta sempre più. Come il numero delle specializzazioni in medicina, come il numero delle professioni sanitarie riconosciute. Sempre più spezzettate e parcellizzate. Al mondo piacciono prodotti finiti. Come sugli scaffali del supermercato. Pronti all’uso. Come i farmaci. Destinati a curare i sintomi, in modo circoscritto, contrattuale, senza sconfinare oltre la riga – al netto degli effetti collaterali.

Le tempistiche di una gara, il ritrovo, la partenza, l’arrivo tradiscono condizionamenti televisivi. Premiazione e via. “Ammainato lo striscione, smontato il podio, sparite le miss, ritirate le transenne, quella riga sarà ormai solo un ricordo, un’idea, una formalità”. Questo attira gli sponsor. Talora anche il pubblico, ormai nemmeno così indispensabile – tanto c’è la televisione. In medicina uguale. Spento il proiettore, abbassate le luci e raffreddati i faretti di congressi e stand fieristici, richiuse le pagine delle riviste scientifiche, ottemperate le linee guida, fatti sottoscrivere liberatorie e consenso informato, ci rimane davanti la faccia del paziente. Iperglicemia? Ecco il “farmaco” per abbassarla. Ma perché quel pancreas arranca? Troppo complicato. Così non si misura l’insulinemia, indice diretto della sua funzionalità, ma la glicemia cioè il sintomo. Anche per sottintendere che non esistono farmaci, quelli convenzionali, che curano il pancreas.

Tutto ciò in nome di che cosa? Per molti medici il sintomo è un capolinea, lo striscione di arrivo della corsa. Per altri invece è solo la linea di partenza, l’inizio della gara da disputare ricercando la patogenesi e soprattutto l’eziologia. Sempre più pazienti desiderano tale approccio. Non sintomi né malattie ma pazienti interi, con tutta la loro storia e la loro umanità. Gianni Bugno si muoverebbe così, fosse un medico.